“L ’ultima neve alla masseria”, scritto da Rosario Pipolo edito da Demian edizioni, un romanzo molto interessante che, a mio avviso, offre diversi spunti di riflessioni.
Il protagonista è Pietro il quale, dopo 15 anni trascorsi a Sarajevo, fa ritorno al suo paese d’origine nel sud Italia, richiamato da una raccomandata.
Il ritorno a casa rappresenterà per Pietro un tuffo nei ricordi e un modo per ritornare alle sue radici.
Dovrà, però, fare i conti con una dura realtà perché nel suo amato paese tutto è cambiato. Lui e la sua terra d’origine si ritrovano come due estranei che devono imparare a ri-conoscersi.
Vari aspetti del romanzo mi hanno colpito come ad esempio il tema del viaggio e quello delle radici che sono ben rappresentati. Il viaggio qui è inteso in tutte le sue sfumature, quello stesso viaggio che richiede tanto coraggio per partire. ma altrettanto per tornare.
Mi ha colpito, inoltre, la struttura stessa del testo composto da 30 capitoli ognuno dei quali riguarda un personaggio, o meglio, un nome.
Ricordo una frase del romanzo:
i nomi non si scelgono, ma si ricevono in dono senza fare troppe storie
Certo, indubbiamente è cosi, quella del nome è una scelta che noi “subiamo” passivamente dai nostri genitori perché, del resto, non potrebbe essere altrimenti. Questo, però, mi ha riportato alla mente l’abitudine, o meglio, la tradizione di dare ai figli il nome dei nonni; una tradizione che alcuni rispettano fedelmente ed altri, invece, ritengono ormai culturalmente superata.
Diverso, ma ugualmente interessante, è il discorso dei soprannomi che, in alcuni paesi (soprattutto del sud), sono veramente un must: la vera e propria identità.
Non posso non ricordare però, a proposito del nome, che, sebbene a volte non ci piace e per questo abbiamo l’abitudine di “aggiustarli” a nostro piacimento, quello del nome è un diritto che, spesso, dimentichiamo o diamo per scontato mentre, invece, scontato non lo è affatto.