Scie oleose, schiume sospette, acque colorate: le tematiche del “mare” sono nuovamente sotto i riflettori dell’opinione pubblica e dei media-tradizionali. Circostanza che si rinnova ogni anno, con puntualità chirurgica, in coincidenza con la stagione estiva. Eppure, nella giungla dei social network e su una parte di informazione (anche nazionale!), le tematiche vengono spesso trattate senza l’adeguato approfondimento. Approfondimento che presuppone anche la raccolta di pareri di “esperti” che non sono legati direttamente al sistema istituzionale dell’Arpac e dei relativi controlli. In tal senso, qui di seguito, riproponiamo un’intervista realizzata nel 2011 all’oceanografo Giancarlo Spezie, uno dei massimi conoscitori delle dinamiche del nostro mare. A distanza di tre anni da quell’intervista, nulla è praticamente cambiato, tanto che quelle parole restano ancora attualissime. Il problema principale – quello che cioè il professore Spezie va ripetendo anche oggi – è la mancanza di depurazione. Le scie schiumose sono solo un indicatore superficiale: in costiera si scarica da anni senza adeguata depurazione. Qui di seguito, l’intervista realizzata nel 2011 a Giancarlo Spezie.
Il suo intervento, nell’estate 2009, sollevò un autentico «tsunami»: «In questo momento – disse – è consigliabile evitare il bagno nel Golfo di Napoli». Giancarlo Spezie, oceanografo, docente e direttore del «Dipartimento di scienze per l’ambiente» della Partenophe di Napoli, quelle parole le proferì con l’onestà scientifica del tecnico responsabile, chiamato a superare le logiche economiche e i rassicuranti toni propagandistici, per tutelare un bene più prezioso: la salute. In quella circostanza, il cattivo funzionamento del depuratore di Cuma portò all’invasione di liquami che a metà giugno infestarono le acque dell’intero Golfo di Napoli, isole comprese. Eppure, la cassa di risonanza offerta dalla stampa nazionale, sortì a malapena una presa di coscienza di facciata dell’opinione pubblica sulla tematica dell’inquinamento marino. I riflettori si spensero con la stagione invernale, per riaccendersi timidamente in primavera, al «risveglio» delle tante attività economiche che, direttamente o indirettamente, traggono profitto dalla risorsa-mare. Ma concretamente, da quell’incidente, cosa è cambiato? «Non si registrano novità sostanziali – spiega oggi il professore Giancarlo Spezie -. Da allora è cambiato poco».
Tanto rumore per nulla.
«Evidentemente sì. Continuano a mancare gli impianti di depurazione e le strutture attualmente esistenti nel Golfo di Napoli non sono ancora in grado di assicurare funzionalità ottimali per depurare tutti gli scarichi. Il sistema evidenzia fragilità croniche. La strada da percorrere è ancora molto lunga».
Eppure in costiera sorrentina, le acque godono del bollino della balneabilità.
«Non è possibile garantire la buona o la cattiva qualità del mare da uno o due prelievi mensili. I rilevamenti ufficiali, benché legittimati dalla normativa, scattano delle istantanee che fotografano una determinata fase di una situazione in continua evoluzione. Ci sono variabili da tenere in considerazione: fattore climatico, piogge, correnti. Ovviamente, se i prelievi fossero più continui e fornissero risultati omogenei, sarebbe diverso: si potrebbe assumere un orientamento».
In un senso o in un altro.
«Assolutamente sì. C’è da ridere quando ad aprile di ogni anno l’amministratore di turno, sulla scorta di un prelievo di acqua effettuato il mese prima, dichiara balneabile il mare per l’intera stagione turistica. Il rilevamento di marzo potrebbe, infatti, offrire risultati sensibilmente diversi da un’analoga operazione effettuata in piena estate: in inverno l’aspetto dinamico del mare, inteso come capacità di allontanare e disperdere gli inquinanti, è agevolato dalle forzanti naturali del movimento delle acque, come venti e correnti».
Detto in soldoni: in estate le correnti marine sono debolucce, e il bacino del Golfo rischia di trattenere tutto il pattume che gli buttiamo dentro.
«E’ un rischio concreto. D’altronde, ad oggi, quasi tutti gli scarichi autorizzati nel Golfo di Napoli non sono a norma. Figuriamoci gli scarichi abusivi! Quasi tutti scaricano senza depurazione e la costiera sorrentina non è esente da tutto questo: la condotta di Punta Gradelle continua a portare in mare i liquami senza alcuna depurazione. La nostra costa spesso è sottoposta all’azione delle correnti che portano acque direttamente dall’area domitiana e dal Golfo di Castellammare con i relativi apporti dei fiumi Volturno e Sarno».
Inquietante. Ma allora a cosa servono i rilevamenti Arpac?
«Sono operazioni che trovano legittimità nella normativa nazionale. I prelievi sono effettuati in base al protocollo di una sorta di legge-quadro, uguale e indistinta per tutto il territorio italiano».
Dov’è l’inghippo?
«La particolarità del mare del Golfo di Napoli non è ovviamente contemplata. Certe sostanze, rilevanti sotto il profilo della balneabilità delle acque locali, non vengono analizzate e verificate. E poi i controlli sono davvero troppo pochi: uno o due prelievi al mese sono insufficienti per avere un quadro chiaro della situazione. Ma questo non accade per omissione dei tecnici-incaricati, ma per la mancanza di una normativa regionale che ampli la legge quadro».
E i rischi?
«I rischi di immergersi in un mare inquinato sono quelli soliti, anche se va detto, ad onor del vero, che le Asl non rilevano sensibili aumenti di patologie legate alla balneazione. Ad ogni modo, le raccomandazioni riguardano in particolare i più piccoli, che, rispetto agli adulti, sono più esposti al rischio di ingerire acqua salata, anche in minime quantità. Inoltre, i bambini stazionano con più frequenza sulla sabbia, che, ovviamente, diventa componente inquinante alla stessa stregua del mare, nei casi particolarmente critici».
E per gli altri componenti dell’ecosistema?
«In effetti, molte sostanze inquinanti possono entrare nella rete trofica attraverso fenomeni di bioaccumulo e quindi avere riflessi negativi su altre componenti dell’ecosistema. Nelle circostanze di forte inquinamento, le ripercussioni per la salute umana sono legate, in particolar modo, nei consumi di frutti di mare, cozze in primis…».
Specie in estate, si assiste ad un fenomeno sgradevole sulle acque costiere: la comparsa di scie schiumose. Cosa c’entra con l’inquinamento?
«Le scie di rifiuti galleggianti, che vanno ad accumularsi fino a spiaggiarsi, sono degli indicatori, ma il problema è un altro. L’emergenza ambientale è sul contenuto chimico, fisico e biologico delle sostanze estranee all’ecosistema marino, di chiara origine antropica, che pervengono al mare attraverso scarichi spesso non a norma se non addirittura illegali».
Quale contromisure?
«Il problema del mare va risolto a terra. Bisogna iniziare a fare un censimento degli scarichi autorizzati e parallelamente continuare l’opera di realizzazione dei depuratori. Una volta costruiti i depuratori, ci sarà poi bisogno di attrezzarsi per smaltire i fanghi. Ma non corriamo troppo: facciamo un passo alla volta».
C’è chi ha proposto impianti di pre-trattamento per tutte le strutture ricettive.
«E’ una soluzione intermedia, non definitiva. Ma che ben venga…».
I centri della costiera sorrentina sembrano puntare prevalentemente ad attività di sensibilizzazione e ad intensificare il monitoraggio.
«Le attività di educazione ambientale, come ad esempio la pulizia dei fondali, sono iniziative di sensibilizzazione importanti, ma non risolvono di certo il problema. Per quanto riguarda il monitoraggio del Golfo, è inutile investire altro denaro pubblico per intensificare le attività. Il bacino è, infatti, già pluri-osservato da satelliti e radar. In particolare, il centro di monitoraggio e previsione meteo marina del Dipartimento di Scienze per l’ambiente dell’Università di Napoli Parthenope, acquisisce con continuità tutte le informazioni relative ai movimenti delle masse d’acqua».
E i risultati?
«A disposizione delle amministrazioni pubbliche e dell’Arpac. Anche se…»
Anche se?
«Predichiamo da anni nel deserto. Facciamo pressioni per affrontare la problematica nei mesi invernali, per evitare improvvisi contraccolpi al sistema economico costiero, che poggia sul movimento turistico che si sviluppa nella stagione estiva. Ma i risultati sortiti finora dalla nostra ventennale mobilitazione sono scarni…».