NAPOLI. Un importantissimo riconoscimento nei mesi scorsi è arrivato per Napoli e per tutto il Sud Italia da parte dell’UNESCO: il napoletano non è un dialetto, ma una lingua e per questo un “patrimonio da tutelare non solo per l’Italia ma per il mondo intero”.
Lingua parlata nell’Italia Meridionale e precisamente nelle regioni della Campania, della Basilicata, Puglia e Calabria settentrionale e diffusa anche in Abruzzo, Molise e Lazio meridionale, tutte regioni che un tempo (anche se queste ultime solo in parte) costituivano il Regno delle Due Sicilie.
Il napoletano, come l’italiano, è una lingua che deriva dal latino e che è seconda nella nostra penisola soltanto alla lingua ufficiale, l’italiano, per diffusione sull’intero territorio nazionale. Nonostante abbia subito numerose “influenze” e “prestiti” dai vari popoli come i coloni greci ed i mercanti bizantini nell’epoca del Ducato di Napoli fino al IX secolo, dagli arabi, i normanni e perfino dagli americani durante l’occupazione di Napoli nella seconda guerra mondiale, sono lo spagnolo e soprattutto il francese a lasciare tracce profondissime nella lingua e nella cultura napoletana.
Nei giorni scorsi una scuola media del Vomero, a Napoli, ha dato vita ad una importante iniziativa. Infatti il consiglio dei docenti ha approvato tra le attività extracurricolari un progetto del prof. Ermete Ferraro dal titolo: NAPULITANAMENTE: “Si tratta di un originale corso di lingua e cultura napoletana – della durata di 20 ore – che ha la finalità di insegnare agli alunni/e le regole di pronunzia e lettura del Napoletano e le sue principali caratteristiche lessicali e morfo-sintattiche, ma anche d’introdurli alla grande tradizione culturale di Napoli.”
Un progetto sicuramente interessante, ma sopratutto un utile strumento per non dimenticare e coltivare tra le nuove generazioni la tradizione napoletana e la sua incredibile cultura.