Quest’anno sono vent’anni dalla morte di Enrico Berlinguer, storico segretario del Partito Comunista Italiano tra il 1972 e il 1984. Personaggio “mitico” per intere generazioni della sinistra italiana (e non solo) è forse l’esempio più alto di politico integro e integerrimo.
Fautore del “compromesso storico” e dei “governi di solidarietà nazionale”, sostenne la politica dell’ “alternativa democratica”, riuscendo, anche se per un soffio, a sorpassare per la prima ed unica volta, la storica “nemica”, la Democrazia Cristiana.
Intervistato nel 1981 da Eugenio Scalfari, sostenne che: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero». Era l’inizio della lotta per la “questione morale”.
Non erano ancora gli anni bui di Tangentopoli, delle monetine lanciate contro i politici in manette e dei tanti, troppi suicidi per aver ricevuto un avviso di garanzia, ma Berlinguer già parlava di “ladri, corrotti e concussi da arrestare e mettere in galera”, pur sostenendo la diversità morale del movimento comunista italiano rispetto agli altri partiti della prima Repubblica.
L’anniversario della sua morte cade proprio in questi mesi in cui le inchieste giudiziarie stanno interessando molteplici figure di entrambi gli schieramenti. Dal Nord al Sud. Dal Mose di Venezia a l’Expo di Milano.
L’attualità del suo insegnamento ci impone, tutti, come italiani, ad una profonda riflessione sulla sua figura e soprattutto sul suo pensiero, in una società che sembra non imparare mai niente dai suoi errori e dalla sua storia.