“Siate sempre capaci di sentire nel profondo di voi stessi qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo.” Ernesto “Che” Guevara
Il 5 marzo del 1960 a Cuba, nel cimitero dell’Avana, si svolsero i funerali delle vittime dell’esplosione del mercantile francese “La Coubre”, saltato in aria per un sabotaggio messo in atto dalla CIA il giorno precedente nelle acque portuali. Il bilancio fu di 75 morti e più di 200 feriti. Nella stiva c’era un carico di armi acquistati da Fidel Castro dopo la crisi diplomatica con gli USA, i quali avevano imposto un embargo economico pesantissimo all’isola “rebelde”. Questo vile attentato fu solo il primo di una lunga serie di atti terroristici compiuti dai servizi segreti statunitensi contro il governo e la popolazione cubana dopo la vittoriosa rivoluzione castrista del 1959.
Alle esequie, ad ascoltare il discorso di Fidel Castro conclusosi con il celebre motto “¡Patria o Muerte!”, era presente il fotografo Alberto Diaz Gutierrez , detto Korda, che scorse nell’obbiettivo della sua Leica M2, sulla tribuna tra le bandiere cubane a lutto, il volto di Ernesto “Che” Guevara. Nel giro di pochi istanti due scatti immortalarono il rivoluzionario argentino e la sua espressione: occhi febbricitanti per la rabbia, capelli mossi dal vento, basco nero con la stella di comandante militare.
Dopo sette anni di oblio, durante un soggiorno all’Avana, il noto editore italiano Giangiacomo Feltrinelli, vide la foto e ne rimase folgorato. Korda senza indugi gliela regalò. Sei mesi dopo apparve sui giornali, televisione e sui manifesti degli studenti in rivolta durante le proteste del ’68. Poi, dopo essere stata utilizzata come copertina dell’edizione italiana del “Diario del Che in Bolivia”, divenne un vero e proprio simbolo di un’intera generazione.
Sono passati più di quarant’anni, le generazioni si sono succedute, ma ancora oggi i giovani, attraverso quello sguardo innocente di chi crede in un mondo migliore, trovano la forza di lottare per l’uguaglianza e la libertà dei popoli oppressi.