Un importantissimo riconoscimento nei giorni scorsi è arrivato per Napoli e per tutto il Sud Italia da parte dell’UNESCO: il napoletano non è un dialetto, ma una lingua e per questo un “patrimonio da tutelare non solo per l’Italia ma per il mondo intero”.
Lingua parlata nell’Italia Meridionale e precisamente nelle regioni della Campania, della Basilicata, Puglia e Calabria settentrionale e diffusa anche in Abruzzo, Molise e Lazio meridionale, tutte regioni che un tempo (anche se queste ultime solo in parte) costituivano il Regno delle Due Sicilie.
Il napoletano, come l’italiano, è una lingua che deriva dal latino e che è seconda nella nostra penisola soltanto alla lingua ufficiale, l’italiano, per diffusione sull’intero territorio nazionale. Nonostante abbia subito numerose “influenze” e “prestiti” dai vari popoli come i coloni greci ed i mercanti bizantini nell’epoca del Ducato di Napoli fino al IX secolo, dagli arabi, i normanni e perfino dagli americani durante l’occupazione di Napoli nella seconda guerra mondiale, sono lo spagnolo e soprattutto il francese a lasciare tracce profondissime nella lingua e nella cultura napoletana.
Questo è un bellissimo segnale, che tra l’altro proviene da un’ importante organizzazione internazionale, ed è un invito rivolto a tutto il meridione a non dimenticare o “disprezzare” la propria tradizione e la propria storia, bollandole come “volgari”. Invito che dovrebbe far riflettere anche le Istituzioni che potrebbero interrogarsi sulla necessità di far nascere negli atenei italiani cattedre di Lingua Napoletana, per non smarrire una ricchissima tradizione anche letteraria.
Infatti, è bene ricordare che si hanno testimonianze scritte di “napoletano” già nel 960 con il famoso Placito di Capua, il quale è considerato il primo documento in lingua italiana, ma che di fatto si tratta della lingua utilizzata all’epoca in Campania e meglio conosciuta come “volgare pugliese”.
Senza dimenticare nemmeno i successivi sviluppi letterari, anch’essi importanti, come la “scuola siciliana” del XII secolo, il celebre poeta napoletano d’età moderna Giulio Cesare Cortese, il grande Giambattista Basile, vissuto nella prima metà del Seicento ed autore di un’opera famosa come “Lo Cunto de li Cunti, ovvero lo trattenimiento de le piccerille”, tradotta in italiano da Benedetto Croce, fino a diventare “cultura di massa” con le opere di Salvatore di Giacomo, Raffaele Viviani, Ferdinando Russo, Eduardo Scarpetta, Eduardo de Filippo ed Antonio De Curtis, detto Totò.
Insomma un vastissimo patrimonio culturale e letterario da preservare, studiare e tramandare alle future generazioni di meridionali ed italiani.