di Alessandro Lauro
Presidente sezione Sorrento “Movimento nazionale Decrescita felice”
Perché parlare di decrescita e di decrescita felice? Per un motivo semplice e urgente allo stesso tempo: il nostro pianeta Terra non riesce più a sostenere l’attuale stile di vita. Vale a dire che consumiamo materie prime non rinnovabili e fonti rinnovabili ben al di sopra della capacità della Terra di rigenerarle. Questo è lo stile del mondo Occidentale o industrializzato, che si basa principalmente sul concetto del Pil. Che viene presentato come un indicatore di benessere ma che in realtà è solo un indicatore monetario: misura infatti merci e servizi scambiati con denaro. Ma il Pil non garantisce affatto il benessere delle persone, né quando diminuisce né quando cresce.
Un esempio semplice per capire di cosa stiamo parlando è presto fatto. Quando siamo bloccati in automobile per ore sotto al sole, dovremmo essere contenti, perché stiamo consumando la merce petrolio e quindi il Pil sta aumentando. Stesso discorso se malauguratamente siamo coinvolti in qualche incidente automobilistico. Spese di carrozzeria, elettrauto, spese sanitarie, medicinali etc etc fanno aumentare il Pil e seguendo la logica di una società basata sulla crescita del Pil, dovremmo essere felici e il nostro benessere dovrebbe aumentare. Sfido chiunque ad esserlo nelle situazioni sopraelencate.
Viceversa se mi coltivo un piccolo orto in campagna oppure sul mio balcone per autoproduzione e autoconsumo, io sto facendo due cose: mi sto nutrendo molto meglio e ad un costo minore ma il Pil non sta aumentando perché l’insalata o la frutta e la verdura che andranno sulla mia mensa non passano attraverso il solito canale monetario della filiera economica. Di più. Se ho un amico che si autoproduce altri beni – quali ad esempio pane, pasta o yogurt – e scambio con lui la mia verdure in cambio di uno o più dei suoi beni, io sto mettendo in atto due cose: sto risparmiando un bel po’ di soldi, sto mangiando in maniera naturale, ma non faccio crescere il Pil, perché questo scambio non è monetario ma si basa sul dono. In questi due esempi, come detto, il Pil non aumenta ma diminuisce eppure il mio e l’altrui benessere personale è sicuramente aumentato sotto diversi punti di vista.
Pochi esempi per dimostrare che il benessere e la qualità della vita non può dipendere dal famigerato Pil ma da ben altre cose.
La decrescita felice quindi mette in discussione il dogma del Pil ribaltandone il significato e l’importanza assieme a tutto il sistema che lo sostiene. E lo fa iniziando a fare una chiara distinzione tra i concetti di Beni e Merci. Questi due termini infatti non sono equivalenti, a dispetto di quanto vogliono farci credere. Non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni. I beni sono tutte quelle cose (oggetti, cibo, servizi) che possono essere autoprodotti dalle persone e che comportano una riduzione di sprechi. Le merci invece sono tutte quelle cose che non possono – o che è bene che non siano autoprodotte – e che quindi passano attraverso uno scambio monetario. Ad esempio se devo fare una Tac oppure ho bisogno un computer o un elettrodomestico è bene che lo compri. Se dunque il Pil tiene in considerazione solo le merci e non i beni, la decrescita misura solo la diminuzione di quelle merci, che non sono beni, e che non sono utili alla comunità umana.
La decrescita felice si basa su tre cerchi concentrici. Il primo, molto importante e che è alla base per un discorso sano di riconversione economica è la riduzione degli sprechi e della corrosione della materie prime presenti in natura. Questo può avvenire con l’utilizzo di tecnologie molto avanzate, capaci di creare lavoro utile (utile per tutti) riducendo gli sprechi e ripagando così i loro costi di attivazione e di gestione. Per fare un piccolo esempio: ci vuole più tecnologia per creare una lampadina a risparmio energetico oppure per creare una normale che consuma molto di più? Ci vuole più tecnologia per creare impianti domestici per impedire la dispersione di calore nelle case o per costruire case in modo sbagliato che consumino di più? Questo per rispondere a chi accusa la decrescita felice di voler ritornare indietro nel tempo all’età bucolica o della pietra. E’ l’esatto contrario.
Un secondo cerchio molto importante è quello che riguarda l’autoproduzione di beni che non sono merci. Molte sono le cose che possono non essere comprate ma fatte in casa. Non solo generi di prima necessità quale il cibo, ma anche indumenti, utensili, in qualche caso impianti elettrici.
Saper fare e quindi autoprodurre beni è molto importante per svariati punti. Innanzitutto per la qualità. Un conto è mangiare le verdure di cui non conosciamo la provenienza, un altro è mangiare quelle coltivate nel proprio orto o in quello di un vicino. Poi è importante perchè autoprodurre significa ridurre la propria impronta ecologica perché i beni non hanno bisogno di trasporto, si consuma meno carburante, meno imballaggi e quindi anche meno rifiuti e quindi meno costi e meno discariche o fumo nero degli inceneritori. Inoltre è scientificamente provato che utilizzare le mani e l’intelletto per creare, costruire, cucinare, aumenta il proprio benessere psicofisico.
Inoltre nel cerchio dell’autoproduzione se inseriti in una comunità che condivide queste scelte di vita, avviene lo scambio dei beni non sotto forma di denaro. Vige infatti la legge non scritta ma importante dell’obbligo di donare, l’obbligo di ricevere, e l’obbligo – di chi riceve – di donare il doppio di quanto ricevuto. Si innesta così un circolo virtuoso potente, che restituisce umanità ai nostri rapporti.
Un terzo cerchio, più piccolo nella logica della decrescita, è quello degli scambi mercantili. Che resta tale perché se si ha più tempo per autoprodursi il maggior numero di cose, se si ha la possibilità di scambiare tali beni all’interno di una comunità grande o piccola che sia, non si è più costretti a dover lavorare 9-12 ore al giorno per dover acquistare tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Ecco perché la decrescita è felice. Perché restituisce umanità e senso al nostro esistere. Il tempo sottratto al lavoro occupazionale può essere utilizzato per dedicarsi a se stessi, agli altri, ai proprio legami affettivi, ai proprio interessi, liberare la propria creatività, aprire le porte alla propria autorealizzazione e quindi alla felicità.
Sicuramente non esiste una ricetta univoca per tutti. Ognuno e ogni comunità dovrà trovare la propria strada e il proprio “carico” di decrescita, superando i proprio problemi, come quelli di fitti enormi o costi di case inaccessibili come accade qui a Sorrento. Questo mi sembra ovvio. Come dovranno crearsi nuove tipologie di lavoro investendo creatività, tecnologie e innovazione non solo nei settori collaudati del turismo e della ristorazione ma osando anche aprire strade nuove.
Questo non può essere più il tempo dell’attesa e della delega ma il tempo dell’azione saggia, intelligente e innovativa.